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Indika

Sympathy for the devil
Odd Meter/11 Bit Studios

Un film? No. Una serie tv? No.
Un trattato su fede e libero arbitrio? Una critica politica? No, no.
Un videogioco horror? No. Un platform in pixel art? Uno sparatutto? Una storia d’amore? No.


Cioè, tutto questo, ma non solo.

Io parto sempre dalle copertine, perché sono la prima a farsi ammaliare da un buon packaging. Come si fa a non essere attratti da un gioco con questa cover?

Indika è la storia di una giovane suora che parte dal convento in cui vive per consegnare una lettera, accompagnata solo dalla voce del Diavolo che sente costantemente nella sua testa. Ma al di fuori dell’ambiente monastico è difficile tenere sotto controllo il proprio destino e la propria coscienza.

Sviluppato da Odd Meter e 11Bit Studios, è ambientato in una Russia non ben contestualizzata a livello temporale. La cosa figa è l’atmosfera: cupa, surreale, con momenti che ti fanno pensare “ma che diavolo sto guardando?”. Graficamente non è mozzafiato tipo AAA, ma ha uno stile tutto suo, sporco e realistico, inquietante, che funziona alla grande. Le animazioni sono un po’ rigide a volte, ma niente che rovini l’esperienza. Personalmente, ho apprezzato tantissimo la regia che ti permette di godere di questi panorami sovietici cupi e deformati, che sembrano usciti da un sogno strano dopo troppi bicchieri di vodka e qualche crisi mistica.

Ogni luogo ti ingloba in un’atmosfera angosciante ma magnetica, come se il confine tra fede, peccato e delirio fosse evaporato. C’è un contrasto costante tra il sacro e il profano: immagini religiose dappertutto, ma messe in scena in modo disturbante, quasi blasfemo. Le chiese hanno l’aria di essere vive, respirano, scricchiolano, ti osservano. All’esterno, paesaggi sovietici freddi e desolati, campi di neve e fumo, case in legno che cadono a pezzi e strade abbandonate che sembrano portare letteralmente all’inferno.

Il bello è che il gioco riesce a mescolare tutto questo con un tono ironico – ti fa ridere e rabbrividire allo stesso tempo. È come se Dostoevskij avesse scritto uno sketch surreale e qualcuno lo avesse trasformato in un viaggio interattivo.

Indika, il personaggio centrale del gioco, è un vero enigma avvolto in un mistero. È una suora che sembra uscita da un altro tempo, una figura fragile ma allo stesso tempo inquietante, che si muove in questo mondo oscuro con una calma quasi irreale. Ma dietro quella facciata composta c’è qualcosa di profondamente rotto. La sua storia prende forma piano piano, tra flashback e dialoghi criptici, e ti ritrovi a voler capire cosa davvero la tormenta, cosa l’ha portata lì e qual è il suo vero scopo in quel caos di fede e follia.

Non è la classica protagonista eroica: è più umana, fragile, a tratti disturbata, ma proprio per questo la trovo super interessante. Coi suoi dialoghi interni, ti accompagna nel disagio della sua avventura come una guida ambigua che ti fa dubitare di tutto, persino delle tue stesse emozioni.

Il gameplay è abbastanza semplice, anche se si tratta di un’esperienza trasversale: avventura, qualche puzzle, un po’ di esplorazione e qualche sezione bizzarra in pixel art che ti ribalta la prospettiva. Non è un gioco d’azione: è più una di quelle esperienze che ti fanno ragionare, ridere amaramente e dire “WTF?” per quanto è strano.

Se cerchi un gioco normale, meglio voltare pagina. Ma se ti piace perderti in un labirinto di follia, fede spezzata e misteri che ti scavano dentro, allora Indika non solo ti cattura, ti divora. È un’esperienza che ti entra addosso e ti lascia l’oscurità dentro… e te ne accorgi solo quando il gioco è finito.

Un avvertimento: non è roba per tutti, ma se ti ci butti, non torni più come prima.

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