
Confesso una cosa: quando si è iniziato a parlare di Coyote vs. Acme, la prima emozione che ho provato non è stata la curiosità, è stata la tristezza, la tristezza di sapere che un film era stato completato, che centinaia di persone avevano lavorato per anni per realizzarlo e che, nonostante tutto, rischiava di non vedere mai la luce del sole. Quando Warner Bros. Discovery decise di accantonarlo nel 2023 per motivazioni finanziarie, ebbi la sensazione di assistere a qualcosa di profondamente sbagliato. Non stava sparendo soltanto una commedia sui Looney Tunes che amo, stava per sparire il lavoro, la creatività e la passione di un’intera squadra.
Forse è per questo che, sedendomi finalmente in sala, ho avuto una percezione diversa rispetto a quella che normalmente accompagna una nuova uscita cinematografica. Non avevo la sensazione di stare semplicemente guardando un film, avevo la sensazione di assistere a una piccola vittoria, e più scorrevano le immagini sullo schermo, più mi rendevo conto che questa storia era destinata al suo protagonista molto più di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare.
Perché Wile E. Coyote non è mai stato un vincente, non nel senso tradizionale del termine, non è Superman, non è Batman, non è l’eroe che salva la situazione all’ultimo minuto. È uno che sbaglia continuamente, uno che cade, uno che fallisce in modo spettacolare, uno che vede i propri piani andare in pezzi ogni singola volta.
Eppure continua, sempre.

Credo che da bambino ridessi delle sue disavventure come tutti, da adulto, invece, guardandolo ho iniziato a provare qualcosa di diverso, tenerezza, empatia a volte immedesimazione e forse addirittura ammirazione.
Perché a ben vedere il Coyote è uno dei personaggi più umani mai uscito da un cartone animato, passa la vita inseguendo qualcosa che non riesce mai a raggiungere, investe tutto sé stesso in un obiettivo che sembra impossibile, si rialza dopo ogni sconfitta senza sapere se la volta successiva andrà meglio.
Chi di noi non si è sentito così almeno una volta? Ed è proprio qui che Coyote vs. Acme trova la sua forza, non nella nostalgia, non nelle citazioni, non nelle gag, per quanto divertentissime; la sua forza sta nel fatto che riesce a guardare Wile E. Coyote con una sensibilità che raramente gli è stata concessa, per la prima volta qualcuno si ferma a chiedersi cosa ci sia dietro quelle esplosioni, per la prima volta qualcuno gli concede il diritto di essere più di una barzelletta e il risultato è profondamente emozionante. Non perché il film diventi improvvisamente drammatico o perda la follia dei Looney Tunes, al contrario, lo spirito anarchico, demenziale e irresistibile che ha reso immortali questi personaggi è sempre presente, ma sotto quella superficie c’è qualcosa di sorprendentemente sincero, si percepisce continuamente l’amore degli autori verso questi personaggi e verso quello che rappresentano ed è una sensazione che oggi trovo sempre più rara. Viviamo in un periodo in cui molte produzioni sembrano assemblate seguendo formule prestabilite, film impeccabili dal punto di vista tecnico ma spesso incapaci di lasciare qualcosa.

Coyote vs. Acme invece lascia qualcosa, lascia calore, lascia affetto, lascia quella sensazione di aver trascorso del tempo in compagnia di personaggi che gli autori amano davvero, e forse tutto questo viene amplificato dalla consapevolezza della sua incredibile storia produttiva, perché mentre guardavo il film non riuscivo a smettere di pensare a quanto fosse assurdo il parallelo tra finzione e realtà, nella storia, Wile E. Coyote combatte contro una gigantesca corporation; nel mondo reale, il film ha dovuto sopravvivere alle decisioni di una gigantesca corporation, nella storia, il Coyote si rifiuta di accettare la sconfitta, nella realtà, il film si è rifiutato di sparire.

Dopo la cancellazione, l’opera è diventata il simbolo di una battaglia culturale che ha coinvolto fan, artisti e professionisti del settore, la mobilitazione pubblica è stata tale da mantenere vivo un progetto che sembrava ormai destinato a rimanere chiuso in un archivio, successivamente Ketchup Entertainment ne ha acquisito i diritti, riportandolo finalmente nelle sale, e sapete qual è la cosa più bella? che guardandolo non si ha mai la sensazione di trovarsi davanti a un film salvato per pietà, si ha la sensazione di trovarsi davanti a un film che meritava davvero di essere salvato, quando sono arrivato ai titoli di coda mi sono reso conto che stavo sorridendo, non per una singola scena, non per una battuta, ma per tutto quello che quel film rappresenta.

Perché alla fine Coyote vs. Acme parla di una causa legale, di un coyote e di una fabbrica di prodotti difettosi, ma in realtà racconta qualcosa che conosciamo tutti, racconta la frustrazione di chi vede i propri sforzi andare in fumo, racconta la fatica di continuare a credere in qualcosa quando sarebbe più semplice mollare, racconta quel bisogno quasi irrazionale di fare un altro tentativo, e poi un altro, e un altro ancora, per questo, uscendo dalla sala, non ho pensato a quanto fosse divertente, ho pensato a quanto fosse bello, bello nel senso più puro del termine, perché ci ricorda che il valore di una persona non si misura dalle vittorie che ottiene, ma dalla volontà di rialzarsi dopo le sconfitte, e in fondo nessun personaggio al mondo incarna questa idea meglio di Wile E. Coyote.
Dopo una vita trascorsa a inseguire l’impossibile, il vecchio coyote del deserto non ha finalmente catturato Beep Beep, ha ottenuto qualcosa di molto più importante, ha dimostrato che anche quando tutti ti considerano sconfitto, anche quando ti archiviano, ti cancellano e ti danno per spacciato, esiste sempre la possibilità di rialzarsi, rimettersi in piedi e ripartire, esattamente come ha fatto lui per ottant’anni.

