
Se qualcuno oggi dovesse spiegare a un ragazzo nato nell’era di TikTok cos’era Paperboy, probabilmente partirebbe già svantaggiato. Prima bisognerebbe spiegargli cos’è un giornale cartaceo. Poi bisognerebbe raccontargli che c’è stato un tempo in cui le notizie non arrivavano sullo smartphone con una notifica, ma venivano consegnate davanti alla porta di casa da un ragazzino in bicicletta. A quel punto arriverebbe la domanda inevitabile: “E ci hanno fatto un videogioco?”. Sì. E la cosa più incredibile è che quel videogioco era dannatamente divertente.

Quando Atari lo pubblicò nelle sale giochi , Paperboy riuscì in un’impresa che ancora oggi appare quasi impossibile: trasformare un’attività quotidiana e apparentemente noiosa in una delle esperienze arcade più originali dell’epoca. Niente invasioni aliene, niente principesse da salvare, niente draghi o ninja. Solo un ragazzo, una bicicletta e una montagna di giornali da consegnare. Ma naturalmente questa è la teoria. la pratica era leggermente diversa, perché il quartiere di Paperboy era probabilmente il posto più pericoloso d’America, non so in quale sobborgo fosse ambientato il gioco, ma sono abbastanza sicuro che i residenti fossero sotto l’effetto di sostanze molto pesanti. Era un luogo dove ogni mattina i cani decidevano che il loro unico scopo nella vita fosse inseguire il fattorino, le auto sbucavano da ogni direzione senza alcun rispetto per il codice della strada, le persone attraversavano la carreggiata come dei kamikaze, le vecchiette sembravano aver smesso di temere la morte da parecchi anni e i tosaerba giravano in autonomia come se fossero stati progettati da Skynet, e in mezzo a tutto questo caos c’eravamo noi, pedalavamo disperatamente cercando di centrare una cassetta della posta con un giornale arrotolato mentre evitavamo l’ennesimo ostacolo comparso dal nulla.

Riguardandolo oggi, Paperboy sembra quasi una metafora della vita adulta: cerchi di svolgere serenamente il tuo lavoro, ma il mondo continua a lanciarti addosso problemi imprevedibili. Uno dei motivi per cui il gioco colpì immediatamente il pubblico era la sua particolarissima visuale isometrica, in quegli anni sembrava roba da fantascienza. Oggi siamo abituati a città fotorealistiche e mondi aperti che richiedono centinaia di gigabyte di spazio, ma all’epoca quella prospettiva inclinata dava una sensazione di profondità e movimento davvero sorprendente. Sembrava quasi di osservare un modellino animato e questo contribuiva a rendere il quartiere un protagonista tanto quanto il ragazzo in bicicletta.

Ovviamente non era un gioco facile, anzi, a essere sinceri era piuttosto crudele, come molti titoli arcade di quegli anni era progettato per divorare monetine con lo stesso entusiasmo con cui Pac-Man divorava palline gialle, ogni errore si pagava caro, bastava una distrazione, un ostacolo mancato o una traiettoria sbagliata per ritrovarsi stesi sull’asfalto. Eppure quella difficoltà era parte integrante del fascino, cadevi, sbuffavi, davi la colpa al cane, alla bicicletta, al joystick o a qualsiasi altra cosa e poi ricominciavi immediatamente, era il tipo di frustrazione che oggi chiameremmo tossica e che allora chiamavamo semplicemente “videogiocare”. Tra l’altro il sistema degli abbonati era geniale. Se mancavi troppe consegne o combinavi troppi guai, il cliente cancellava l’abbonamento. Una meccanica semplicissima che aggiungeva una dimensione quasi manageriale al gioco. Immaginate il povero Paperboy che sopravvive a cani rabbiosi, automobilisti omicidi e tornado, ma perde il lavoro perché il giornale è finito nel cespuglio invece che nel portico, un realismo aziendale che molti di noi avrebbero ritrovato anni dopo nelle riunioni di lavoro.

Dopo il successo nelle sale giochi, Paperboy iniziò il suo viaggio praticamente ovunque. Arrivò su Commodore 64, ZX Spectrum, Amstrad CPC, Atari ST, Amiga, NES, Game Boy, Master System, Game Gear e numerose altre piattaforme. Per molti giocatori europei furono proprio le versioni domestiche a rendere il titolo un piccolo mito personale. C’era chi lo aveva sul Commodore e giurava che nessuna conversione fosse migliore, chi lo possedeva su Sega master System e sosteneva l’esatto contrario. Le discussioni erano infinite e si concludevano quasi sempre nello stesso modo: con qualcuno che proponeva una partita per decidere chi avesse ragione. Spoiler: nessuno aveva ragione, eravamo semplicemente tutti innamorati dello stesso gioco.




Oggi Paperboy è uno di quei titoli che basta vedere in uno screenshot per sentire immediatamente il rumore del tubo catodico che si accende. È uno di quei giochi che profumano di pomeriggi passati in cameretta, di joystick consumati, di cartucce impilate vicino alla televisione e di estati in cui bastavano pochi pixel per costruire un’avventura memorabile, e forse è proprio questo il segreto della sua longevità.

Non era perfetto, non era enorme, non aveva una trama complessa, però aveva personalità da vendere. In un periodo storico in cui gli sviluppatori potevano prendere un’idea apparentemente assurda e trasformarla in qualcosa di unico, Paperboy rappresentava alla perfezione quello spirito creativo e un po’ folle che caratterizzava gli anni Ottanta e rigiocarlo oggi significa fare un piccolo viaggio nel tempo, un viaggio verso un’epoca in cui consegnare giornali poteva essere l’argomento di un videogioco di successo e nessuno trovava la cosa strana, anzi, a pensarci bene, forse la vera domanda non è come abbiano fatto a creare Paperboy, la vera domanda è come abbiamo fatto tutti noi a sopravvivere a quel quartiere.

Verdetto Ready Player Nerd
Paperboy è uno di quei classici che non vengono ricordati per la grafica o per la longevità, ma per l’idea geniale che stava alla base. Ancora oggi riesce a strappare un sorriso e a riportarci in un’epoca in cui il videogioco sapeva essere creativo, spensierato e meravigliosamente assurdo.
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💾💾💾💾💾💾💾 ANCORA UNA PARTITA
