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Yoko Kanno: la bambina che non ha mai imparato a stare dentro agli spartiti

A LC&G26 ci racconta la sua musica, le collaborazioni e le sue inaspettate fonti di ispirazione.

Ci sono persone che trovano il modo di esprimersi attraverso le parole ed altre che hanno bisogno di cercare un loro linguaggio personale. Per Yoko Kanno quel linguaggio è sempre stato la musica. Da bambina, cresciuta in una famiglia piuttosto severa, non era abituata a manifestare apertamente quello che provava. Sia le emozioni negative che quelle positive dovevano essere contenute, senza mai uscire troppo dai confini della moderazione. Sapete come sono fatti i giapponesi.
Lei, però, faceva fatica a rispettare quei paletti. Così, mentre giocava con i suoi amichetti, trovava nel pianoforte un modo per esprimersi: quando era particolarmente felice, andava al pianoforte e picchiava fortissimo sui tasti, con la gioia immagino di genitori e vicini di casa. In ogni modo, è stato così che ha capito di avere molta più dimestichezza con la musica che con le parole.

Una vocazione nata quasi per necessità, anche se pareva che in famiglia non ci fossero musicisti. Nessun parente che le avesse trasmesso quella passione, almeno fino alla scoperta che anche il nonno, durante gli anni di scuola, aveva composto un brano. Una piccola sorpresa che le ha fatto capire di essere forse molto più vicina a lui di quanto avesse immaginato.

Roma era perfetta per comporre Escaflowne

Oggi Yoko Kanno è una delle compositrici più riconoscibili della musica per anime e videogiochi, ma incontrandola a Lucca Comics & Games si ha soprattutto l’impressione di avere davanti una persona animata da una curiosità inesauribile. È la sua prima volta alla manifestazione e si dice felice di trovare così tanto pubblico, quasi sorpresa di essere conosciuta e apprezzata anche in Italia. Non è però la prima volta che visita il nostro paese: circa vent’anni fa era già stata a Roma, per una sessione di registrazione che avrebbe lasciato un segno importante nel suo percorso.

In quel periodo stava lavorando alle musiche di I cieli di Escaflowne e altri progetti. Roma, con la sua storia e la sua atmosfera, si adattava particolarmente bene all’immaginario dell’opera, costruito attorno al concetto del pianeta Terra. La registrazione avvenne presso i celebri Forum Studios (storicamente noti come Forum Music Village), fondati da Ennio Morricone insieme a Armando Trovajoli, Luis Bacalov e Piero Piccioni, dove ebbe l’opportunità di collaborare con un tecnico del suono che aveva lavorato proprio con il celebre compositore italiano. Un’esperienza che ricorda come una grande opportunità e che le permise di scoprire un modo completamente diverso di lavorare: in Giappone era abituata a utilizzare il tuning, una pratica che nel suo paese era comune. A Roma rimase colpita dall’approccio più familiare e artigianale alla registrazione, dal rapporto tra le persone e dalla possibilità di costruire qualcosa insieme in maniera meno rigida. Fu un’esperienza illuminante: dopo quel viaggio tornò molte altre volte nella capitale italiana. Prima, racconta, non era nemmeno una persona abituata a viaggiare ma dopo quell’esperienza iniziò a girare il mondo raccogliendo emozioni ovunque, come una collezionista di gemme rare.

Cowboy Bebop e Jazz

La collaborazione e la curiosità verso chi lavora al suo fianco sono elementi fondamentali del suo approccio alla composizione. Lo si capisce bene parlando di Cowboy Bebop, una delle opere che più hanno contribuito a far conoscere la sua musica nel mondo. Quando incontrò Shinichirō Watanabe per discutere del progetto, non erano ancora stati definiti né la trama né i personaggi. Il regista aveva però un’idea molto chiara: amava il jazz e avrebbe voluto che fosse il cuore della colonna sonora.

Kanno, inizialmente, non era altrettanto convinta. Temeva che un genere caratterizzato da brani lunghi e strutture complesse potesse risultare difficile da ascoltare per il pubblico e glielo sconsigliò. Ma in corso d’opera ha cambiato idea. Per il progetto cercò musicisti capaci di improvvisare e di portare nella composizione qualcosa di personale, anche se precisa che non tutta la colonna sonora è costruita come una jazz session, come vuole la famosa leggenda metropolitana.

«Non è vero che la colonna sonora sia nata da lunghe jam session d’improvvisazione in studio: ogni traccia era stata scritta da me prima delle registrazioni con i musicisti. Ci siamo permessi di farlo solo per alcuni strumenti, come l’armonica e la chitarra.»

Un aneddoto divertente è che Yoko ha scoperto solo anni dopo, vedendo un’intervista a Watanabe, di essere stata il modello di ispirazione per il personaggio di Ed, o meglio, Edward Wong Hau Pepelu Tivrusky IV (vi lascio anche il katakana perché adoro la pronuncia: エドワード・ウォン・ハウ・ペペル・チブルスキー4世). «Probabilmente mi ha vista qualche volta dormire sotto al pianoforte. Mettevo una coperta lì sotto e schiacciavo i miei riposini. Minasan, vi consiglio di trovare anche voi un posto comodo e fare questa esperienza :3 »

I musicisti strani sono quelli che le piacciono di più

È proprio questa libertà a rendere speciale il suo modo di lavorare. Nella scelta dei componenti dei Seatbelts, la band guidata da Yoko, ha cercato persone tecnicamente preparate ma soprattutto creative. Quando assembla musicisti lei fornisce una base, una direzione, ma non vuole che i membri si limitino a eseguire quello che lei ha già in mente. Al contrario, adora quando prendono iniziativa, quando il loro contributo modifica e mette in discussione la struttura iniziale, persino quando introducono elementi che lei stessa fatica a comprendere del tutto.

Tra i musicisti con cui ha collaborato c’è anche il chitarrista Tsuneo Imahori, che descrive come una persona estremamente tecnica e creativa. E quando parla dei suoi collaboratori non manca una certa ironia: sono persone molto particolari, decisamente cool, ma anche parecchio strane. «A guardarli» scherza «potrebbero sembrare quasi dei barboni.»

La capacità di lasciarsi sorprendere sembra essere una costante anche nel rapporto con i registi. Con Watanabe sente di riuscire a dare il meglio proprio perché lui la stimola e la spinge verso soluzioni che da sola forse non avrebbe trovato. Con Shōji Kawamori, invece, il rapporto è diverso: quando lavorano insieme ha la sensazione di essere come due bambini intenti a inventare qualcosa insieme.

In cerca di musica dove non te l’aspetti

Forse è proprio questa disponibilità a giocare con le idee che le permette di muoversi con tanta naturalezza tra mondi e generi differenti. Fantascienza o fantasy? Per Kanno la distinzione conta relativamente. Le interessa soprattutto lavorare su qualcosa che non ha mai fatto prima. Il fantasy la affascina perché permette di esplorare mondi lontani dal nostro, mentre la fantascienza la incuriosisce proprio perché non si considera un’esperta del genere: è interessata a scoprirne il senso, a trovare una chiave per entrarci dentro.

La sua curiosità l’ha portata anche molto lontano, fino all’Islanda, dove ha lavorato sempre con Watanabe, nel 2014, per la colonna sonora di Terror in Resonance (Zankyou no Terror). Le musiche sono state registtate negli Sundlaugin Studios, di proprietà degli Sigur Rós e con lo stesso loro tecnico del suono. Ci si potrebbe immaginare che un’esperienza del genere abbia influenzato profondamente il suo immaginario musicale, ma Kanno era troppo focalizzata dai fucili per la caccia alla volpe appesi alle pareti della sala, che l’hanno inquietata a tal punto da lasciarle quello come ricordo principale. Chi oserebbe sparare ad una kitsune???

Ovviamente c’è tutto un capitolo sulla musica classica e sull’opera, in particolare quella di Puccini e l’opera tedesca, di cui è una grande appassionata. Facendo un paragone molto gesticolato con la musica giapponese e statunitense, per cui secondo lei l’espressività raggiunge certi limiti ma non riesce mai ad andare oltre, quello che ama della musica italiana è la grandissima intensità, una forza emotiva che riconosce come uno degli aspetti più affascinanti di questa tradizione.

Se potesse scegliere un collaboratore, sarebbe Dio (ma non Ronnie)

Quando le viene chiesto con quale artista vorrebbe collaborare, la traduttrice già confusa ci dice: «DIO». Non quello cristiano o buddista, precisa Yoko, ma proprio l’entità che ha creato il mondo. Quella che ha creato i gattini carini (vi giuro ha detto davvero kawaiineko), pesci e animali di ogni genere, che regala giornate meravigliose ma è anche responsabile dei disastri. È proprio con questa entità che Kanno vorrebbe poter lavorare, per lei il creatore del mondo è il collaboratore artistico più interessante che si possa immaginare.

Del resto, per lei l’ispirazione non arriva necessariamente da un musicista o da un compositore in particolare. Tutto quello che ascolta può diventare materiale creativo: la musica di sottofondo di un ascensore, il canto degli uccellini, i suoni di un negozio. Non c’è una gerarchia precisa tra le fonti d’ispirazione, perché il mondo intero è una specie di enorme repertorio sonoro da cui continuare ad attingere ispirazione. (IO LA AMO)

E se pensate che, dopo una carriera che comprende alcune delle colonne sonore più amate dell’animazione giapponese, abbia finalmente voglia di fermarsi a guardare quello che ha realizzato, la sua conclusione è piuttosto eloquente. Ci sono ancora tantissimi brani che vorrebbe scrivere.

«Minasan, datemi da lavorare!».

Sull’Opera italiana, i paragoni di cui vi parlavo