
C’è stato un momento del panel di Yoshinori Kitase a Lucca Comics and Games 2026 che ha colpito particolarmente i fan di lunga data di Final Fantasy VII. Parlando del gioco originale del 1997, Kitase (che all’epoca era responsabile del team di sviluppo) ha confessato che c’era una cosa che non gli era mai piaciuta davvero: Cloud cambiava aspetto continuamente. Durante l’esplorazione era il classico personaggio super deformed, nei combattimenti diventava più proporzionato e nei filmati in CGI assumeva un aspetto realistico. All’epoca era una necessità tecnica, ma per Kitase rappresentava un limite, voleva che giocatore e personaggi vivessero un’esperienza più uniforme. Una piccola frustrazione che, quasi trent’anni dopo, avrebbe contribuito a dare forma a Final Fantasy VII Remake.

Durante il festival lucchese, Kitase ha condiviso con il pubblico il racconto della sua carriera e nelle sue passioni. Prima di entrare in Square, infatti, Kitase non pensava affatto di lavorare nei videogiochi. All’università aveva studiato cinematografia e teoria del cinema, mentre i videogame erano soltanto un hobby. Quando entrò in Square nei primi anni ’90 capì che forse il videogioco poteva diventare il mezzo perfetto per realizzare quel sogno. Un episodio in particolare lo segnò durante lo sviluppo di Final Fantasy V: “Mio padre osservava il gioco senza capire cosa stesse succedendo sullo schermo. Fu allora che iniziai a riflettere su come raccontare una storia in modo più chiaro ed emozionante, anche per chi non avesse mai preso in mano un joypad”, racconta Kitase.

Tra le grandi influenze del director rientrano il cinema classico americano, la saga di Star Wars, e persino ET L’extraterrestre, che ha ispirato direttamente alcune scene di Final Fantasy V. Tra i film citati durante l’incontro spicca Il Padrino. Kitase ha raccontato quanto fosse rimasto colpito dalla scena che presenta Don Vito Corleone attraverso le inquadrature prima ancora delle parole. Un modo di raccontare che avrebbe influenzato in primis Final Fantasy VI e profondamente tutta la sua carriera.
Il coronamento di un sogno
Questa ricerca raggiunse il suo apice con Final Fantasy VII e con la creazione di Midgar, una città che all’epoca sembrava arrivare direttamente dal futuro. Non era soltanto uno sfondo, ma un mondo tridimensionale fatto di luci, ombre e atmosfere mai viste prima nella serie. Il passaggio al 3D, però, portò con sé nuove sfide. Cambiò il modo di esplorare, di nascondere segreti e persino di progettare le mappe. Era il prezzo da pagare per continuare a innovare. L’obiettivo di Kitase, in fondo, è sempre stato lo stesso: avvicinare il più possibile il videogioco al cinema. Far sì che gameplay e filmati raccontassero una sola storia, senza barriere.

Un percorso che passò anche da Advent Children e che trovò la sua forma definitiva con Final Fantasy VII Remake. Non un semplice aggiornamento grafico, ma una reinterpretazione dell’opera originale. Non a caso Kitase ha citato film come Blade Runner 2049, Prometheus e Alien come esempi di opere che rispettano il passato senza rinunciare a guardare avanti.
Il panel si è chiuso tornando alla novità dell’ultimo capitolo che è quello del nuovo job system che permetterà di specializzarsi Eni nuovi seguenti ruoli: il Guerriero, il Cavaliere, il Mago Nero, l’Evocatore.

Ascoltando Kitase a Lucca, una sensazione è inevitabile. Dietro ogni capitolo della serie c’è sempre stato lo stesso sogno: quello di un ragazzo innamorato di Star Wars e del cinema, che ha trovato nei videogiochi il modo perfetto per raccontare le sue storie. E forse è proprio questo il segreto di Final Fantasy: non la tecnologia, non i remake, ma la capacità di emozionare generazioni diverse continuando a reinventarsi senza dimenticare le proprie radici.

